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Un salto nel passato: il matrimonio nell’antica Roma

Antichi rituali, usanze e leggi della Città Eterna

Lo studio delle civiltà antiche ci ha permesso di scoprire come funzionasse il matrimonio nella Roma del passato, che rilievo avesse nella società del tempo e quali peculiarità lo differenziassero dall’istituto matrimoniale odierno.

Il matrimonio nel diritto romano aveva una notevole importanza politica, ed era spesso sfruttato come strumento per suggellare alleanze tra familiae; la maggior parte delle nozze erano dunque combinate dalle famiglie dei coniugi, per quanto non manchino testimonianze storiche e letterarie (più o meno romanzate) di coppie sposate e unite da un sincero legame d’amore.

Il matrimonio era, in primo luogo, rigorosamente monogamo (in nessuna epoca, nemmeno in quelle più tarde, contaminate dalle influenze orientali, fu ammesso che un uomo potesse avere più di una moglie), e basato sul principio della consensualità: non era l’atto formale (la cerimonia o rito del matrimonio) a far sorgere il vincolo coniugale, bensì il consenso dei due sposi, chiamato affectio maritalis. Venendo meno l’affectio maritalis veniva automaticamente meno il matrimonio – almeno fino all’epoca postclassica, dove, con l’influsso del Cristianesimo, vennero introdotte rigide limitazioni in materia di divorzi e ripudi.

Perché le nozze fossero considerate iustae, era necessario che i due sposi, oltre alla volontà di unirsi in matrimonio, a una serie di requisiti formali (come, ad esempio, il raggiungimento dell’età pubere e la sanità mentale) e al consenso dei rispettivi pater familias, possedessero il conubium, o ius coniubi, definibile come una vera e propria capacità matrimoniale. Diversamente dall’ordinamento odierno, dove tutti i cittadini dispongono in astratto del diritto di unirsi in matrimonio (che, tuttavia, non può essere celebrato in presenza di particolari impedimenti o in mancanza di determinati presupposti formali), nella Roma del passato solo chi possedeva lo ius coniubi poteva legittimamente convolare a nozze. Inizialmente prerogativa di pochissimi “eletti”, persone dallo status sociale elevato e cittadini romani, lo ius coniubi venne concesso ai plebei – che in origine, com’è noto, non potevano sposarsi con i patrizi – da una Lex Canuleia del 445 a.C.; venne successivamente esteso a tutti gli stranieri residenti nel territorio romano dalla Constitutio Antoniniana, editto emanato dall’imperatore Antonino Caracalla nel 212 a.C.

 

Gli schiavi non potevano sposarsi, ma era loro riconosciuta la possibilità di unirsi in un contubernium, una sorta di convivenza socialmente accettata e salvaguardata dal pater familias e padrone dei due servi.

 

Le forme di matrimonio nel diritto romano erano due: il matrimonio cum manu e il matrimonio sine manu.

La manus era una particolare potestà che il pater familias aquistava sulla moglie in seguito alle nozze: una volta sottoposta alla manus, la donna perdeva ogni rapporto con la famiglia d’origine (che rinunciava quindi ad ogni aspettativa ereditaria su di lei) ed entrava a tutti gli effetti a far parte del nucleo familiare del marito, portando con sé tutti i beni e i diritti che componevano il suo patrimonio.

Il matrimonio cum manu, antichissimo e solenne, si costituiva in tre modi. Il primo, chiamato confaerratio, consisteva in una cerimonia religiosa compiuta alla presenza di un sacerdote di Giove e di dieci testimoni; prendeva il nome dalla consuetudine degli sposi di spezzare una focaccia di farro durante il rito come simbolo dell’inizio della vita coniugale, ed era diffusa tra i cittadini delle classi sociali più prestigiose. Vi era poi la coemptio, una vendita fittizia della donna da parte della sua famiglia d’origine; la sposa veniva simbolicamente acquistata dal marito, e con lei la manus. Priva della forte componente sacrale e religiosa che caratterizzava la confaerratio, era inizialmente usata da plebei e cittadini dallo status sociale più basso; prese successivamente piede anche tra le persone più abbienti, che finirono per preferirla alla cavillosa e meno pratica confaerratio. In ultimo luogo vi era l’usus, diffuso principalmente in epoca arcaica: se un uomo e una donna coabitavano comportandosi a tutti gli effetti come coniugi, la donna diveniva automaticamente moglie dopo un anno di convivenza ininterrotta. Era infatti sufficiente che la moglie si allontanasse per tre notti dalla casa del marito (trinoctii usurpatio) perché il vincolo matrimoniale si sciogliesse e la manus decadesse.

 

Nel matrimonio sine manu la donna non perdeva il legame con la sua famiglia originaria; sfruttando l’antico istituto della trinoctii usurpatio, i due coniugi vivevano come tali, ma senza costituire la manus. In epoca classica il matrimonio sine manu divenne estremamente diffuso, soppiantando la forma cum manu, arcaica e ormai desueta, oltre che poco conveniente dal punto di vista patrimoniale.

 

Il matrimonium si scioglieva per morte di uno dei due coniugi, per venire meno di uno dei requisiti necessari o per divortium, o repudium. In origine, la facoltà di ripudiare era concessa solo al marito; venne successivamente estesa anche alla donna. In età postclassica, con la diffusione del Cristianesimo, il matrimonio venne visto sempre più come un’unione indissolubile, basata non tanto sull’affectio maritalis stabile e continuata quanto sul consenso iniziale: dilagò un forte spirito antidivorzista, che portò i legislatori dell’epoca a stabilire delle giuste cause di divorzio. Esse circoscrivevano la possibilità di ripudiare il coniuge a determinate gravissime colpe dello stesso; chi divorziava al di fuori di questi casi era severamente punito, oltre che coperto di riprovazione sociale.

Eleonora Guaragna

21 anni, studentessa di Giurisprudenza e ninfa dei boschi in incognito. Vivo in un mondo tutto mio, romantico, misterioso e incantato, in compagnia dei miei gatti e di un'immancabile tazza di tè caldo.
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